Resúmenes / Abstracts
(en orden alfabético / in alphabetical order)

Ponencias / Plenary Lectures

Angelo Casanova (Università di Firenze)

Quaestiones Convivales: composizione e fonti, tradizione e riprese.”

Le Conversazioni a tavola o Quaestiones Convivales sono un’opera per così dire minore di Plutarco, ma composta di ben nove libri. È lo scritto più lungo del corpus Plutarcheum. Nell’introduzione l’autore scrive a Sosio Senecione, consigliere di Traiano (cui dedica e manda i primi tre libri, ma poi aggiungerà via via gli altri sei, dedicando a lui ogni singolo libro e quindi l’intera raccolta): gli annuncia che, assecondando il desiderio da lui espresso, ha messo per iscritto la parte migliore delle conversazioni dotte avvenute a tavola, seguendo in ciò l’esempio di Platone e Senofonte, Aristotele e Speusippo, Epicuro e Pritanide, Ieronimo e Dione (discepolo e amico di Platone), ed altri ancora. È quindi chiaro che Plutarco è ben conscio di immettersi con questa scelta in una lunga e gloriosa tradizione letteraria, il cui modello più celebre è addirittura il Simposio di Platone. Per questo, ci si chiede fino a che punto l’opera rispecchi davvero le conversazioni avvenute (a casa di Sosio, a Roma o in Grecia, o in casa di Plutarco, o altrove) e in quale misura risenta dei modelli letterari.

Ad una lettura anche cursoria si nota che l’esposizione è decisamente rapida e priva di qualsiasi descrizione, presentazione o illustrazione. Perciò E. Graf (1888) era dell’opinione che si tratti veramente di ricordi personali, magari basati su appunti. Al contrario K. Hubert (1911) sottineava piuttosto l’importanza delle fonti letterarie per ognuna delle questioni discusse e si esprimeva quindi per la sostanziale finzione letteraria dell’opera. Molti studiosi, da Hirzel (1895) a Ziegler (1949: tr. ital. 1965), hanno cercato di conciliare le due posizioni, puntando ad una soluzione per così dire intermedia. Di certo l’esposizione frettolosa fa pensare ad appunti risalenti ad epoca anteriore, anche giovanile, ripresi e rielaborati più tardi per la pubblicazione, forse avvenuta tra il 110 e il 120 d.C. Questa, almeno, è l’autorevole opinione di K. Ziegler. Porta verso questa datazione la dedica di tutti i libri dell’opera a Sosio Senecione, amico intimo di Traiano e console negli anni 99, 102 e 107 (e vari riferimenti all’età matura di Plutarco, ma vi sono anche sunti di conversazioni avvenute parecchi anni prima).

Se sulla data della composizione sembra ormai raggiunta un’opinione concorde, lo stesso non si può dire per l’altro fronte. L’editore delle Belles Lettres, François Fuhrmann (vol. IX.1, 1972; IX.2, 1978; il vol. IX.3 è uscito nel 1996, curato da Françoise Frazier e Jean Sirinelli, con un’importante ‘Postfazione’ della Frazier) ha riproposto con forza le considerazioni su “l’aspect livresque de ses prétendues conversations” (p. xi), che lo portano a pensare a “notes prises par Plutarque sur ses lectures” (xiii). Fuhrmann arriva ad indicare le precise fonti libresche di Plutarco: da un lato pensa alle perdute raccolte di Aristosseno di Taranto, di Perseo Stoico e di Didimo Cancentero, e dall’altro – da un punto di vista generale – all’influenza di Platone e dell’Accademia, di Erodoto e Senofonte, gli Attidografi e la scuola ippocratica, Aristotele e le raccolte di Problemata inclusi nel Corpus Aristotelicum, Teofrasto e Dioscoride, le raccolte di fatti e detti celebri, ecc.

Il monumentale lavoro di commento svolto da Teodorsson (vol. I, 1989; II, 1990; III, 1996) sembra proprio proseguire in tale direzione e fornisce indicazioni preziose sulle fonti librarie delle Conversazioni a tavola.

Non deve però sfuggire che queste splendide ricerche intertestuali mettono in luce le fonti delle conversazioni, delle opinioni espresse dai vari interlocutori, della cultura che caratterizza le diverse conversazioni, della raffinata preparazione culturale del circolo plutarcheo, formato da persone colte, “«professionels», grammariens et rheteurs” (come scrive la Frazier): non dimostra che quelle opere siano la fonte di Plutarco. Sono la fonte della cultura di Sosio e di Plutarco, di Lampria e di Autobulo, di Ammonio e di Boeto, e di tutti i personaggi, tutti intellettuali ed educati, che intervengono ad esprimere le loro opinioni durante i vari banchetti, spesso ufficiali o solenni, sempre colti e raffinati, anche quando si svolgono tra amici.

Al contrario, la stessa insistita e ripetuta dedica a Sossio, con riproposizione di diversi discorsi tenuti da lui stesso; la citazione (e il mantenimento) dei nomi reali di amici e conoscenti, con relazione più o meno ampia dei loro discorsi; la stesura rapida, frettolosa delle conversazioni, che lascia spazio (come è stato rilevato) a ripetizioni, incongruenze, contraddizioni, negligenze – la stessa mancanza a volte di critica e di obiezioni da parte dell’autore – depongono certamente per la storicità delle conversazioni riportate e, in generale, per le ragioni che inducono a ritenere che le Conversazioni a tavola siano davvero una raccolta di appunti e ‘souvenirs’, frettolosamente sistemati e resi noti senza una vera rielaborazione letteraria e concettuale.

L’opera è dunque una delle ultime di Plutarco. Il suo titolo invero non compare nel cosiddetto Catalogo di Lampria (a meno che non sia da identificare con gli Apomnemoneumata citati come n. 125). Il testo è arrivato a noi in pratica grazie ad un unico manoscritto, il Vindobonense Gr. 148 (del X o inizio dell’XI secolo), da cui derivano altri dodici codici successivi, che sono copie utili solo perché alcune parti del manoscritto viennese sono andate perdute o sono state danneggiate dopo le varie trascrizioni. Siccome però il codice viennese presenta un testo poco accurato, segnato qua e là da lacune e incertezze, l’edizione dell’opera non è affatto facile. Lo attesta il fatto che, malgrado oggi si abbiano parecchie edizioni disponibili, il testo risulta qua e là edito in maniera insoddisfacente.

Qualche attenzione editoriale è stata data (in part. da Hubert) anche alla tradizione indiretta, cioè alle citazioni antiche, fatte da altri autori di epoca successiva. Infatti l’opera divenne presto ben nota e apprezzata nell’antichità. Aulo Gellio (125-180 ca.) la conosce e la cita. Precisi rapporti intertestuali sono stati rilevati nei Deipnosofisti di Ateneo (una dozzina di brani), in Clemente Alessandrino (più nel Pedagogo che negli Stromateis), nella Storia Varia di Eliano (in una mezza dozzina di passi), nel De abstinentia di Porfirio, e poi anche in Eusebio e Giovanni Lido.

Qualche attenzione editoriale è stata data (in part. da Hubert) anche alla tradizione indiretta, cioè alle citazioni antiche, fatte da altri autori di epoca successiva. Infatti l’opera divenne presto ben nota e apprezzata nell’antichità. Aulo Gellio (125-180 ca.) la conosce e la cita. Precisi rapporti intertestuali sono stati rilevati nei Deipnosofisti di Ateneo (una dozzina di brani), in Clemente Alessandrino (più nel Pedagogo che negli Stromateis), nella Storia Varia di Eliano (in una mezza dozzina di passi), nel De abstinentia di Porfirio, e poi anche in Eusebio e Giovanni Lido.

Il caso più interessante e clamoroso è quello di Macrobio (fine IV-inizio V sec.), che nel settimo libro dei suoi Saturnali riprende e traduce in latino un certo numero delle Questioni Conviviali di Plutarco (senza mai citarlo). Hubert ha indagato ampiamente queste riprese o “ri- usi” di Plutarco, cercando di capire se Macrobio aveva un testo migliore o più completo del nostro. Ma, anche là dove lo scrittore latino appare più chiaro o esplicito, la sua versione non risulta di alcuna utilità ai fini della costituzione del testo plutarcheo. Macrobio, oltre a cambiare tutti i nomi degli interlocutori e le situazioni, si permette evidentemente un certo numero di piccole libertà.

Osservazioni analoghe sono state fatte per Michele Psello, che nel XI sec. riprende alcune delle Questioni Conviviali nella sua Omnifaria Doctrina.

Carlos García Gual (Universidad Complutense de Madrid)

““Plutarco bifronte. Notas y reflexiones sobre la recepción de su obra””

La amplia obra de Plutarco está escindida en dos géneros distintos: el ensayo y la biografía. Géneros que ya contaban con precedentes notables en la tradición literaria anterior, pero que él desarrolla con personal conciencia e impronta muy significativa. Se suele enfocar los textos del Plutarco ensayista y el biógrafo como una unidad. Sin duda hay afinidades y rasgos comunes entre unos y otros: la perspectiva moral y la abundancia de las anécdotas, por ejemplo. Pero es evidente la clara diferencia en los enfoques y la estructura narrativa. Esas diferencias se reflejan también en la tradición y recepción de Morales y Vidas.

Aunque grandes admiradores de Plutarco, como Montaigne y Emerson, por ejemplo, que conocían bien la obra completa, usan y citan unas y otras, otros lectores y diversas épocas históricas marcan claras preferencias. Por ejemplo, las misceláneas renacentistas, y Erasmo, prefieren las Morales; pero los románticos y los ilustrados de la revolución francesa se entusiasman con las biografías. Ese diverso aprecio se nota también en las citas y la difusión de unos u otros textos: el humanista Juan de Mal Lara (en 1568) alude casi siempre los Morales, mientras que el poeta Quintana (1809) ensalza las Vidas. Unas veces Vidas y Morales se han traducido a muy poca distancia, como hizo Amyot; otras en cambio a muy larga. A la versión completa moderna de las Vidas del ilustrado Ranz Romanillos, no le siguió durante más de siglo y medio, la de Morales.

Manuel Sanz Morales (Universidad de Extremadura)

“La lengua de Plutarco: fonología y morfología”

Los estudios acerca de la lengua de Plutarco se han interesado sobre todo por la sintaxis y, quizá más aún, por el léxico, en un frecuente intento de calibrar el nivel de aticismo del autor. Las características fonológicas y morfológicas, por el contrario, han recibido menos atención, de manera que su examen implica acudir a estudios antiguos, o bien consultar estudios recientes referidos solo a rasgos concretos. Las características fonológicas y morfológicas de la lengua plutarquea, sin embargo, ofrecen un doble interés: en sí mismos, por una parte, pero también en cuanto a la importancia que tienen para la fijación del texto, por otro lado. Así, juegan un papel muy importante en el normativismo que ha impregnado ciertas ediciones, como la teubneriana, en un intento de normalizar la lengua y uniformizarla de acuerdo con reglas apriorísticas. A su vez, ello ha dado lugar a intervenciones en el texto que pueden ser vistas hoy como innecesarias y carentes de justificación.

En esta ponencia estudiaremos los principales rasgos fonológicos y morfológicos de la lengua de Plutarco, situándolos en relación con la koiné y el movimiento aticista, a la vez que analizaremos el tratamiento que dichos rasgos han recibido en las principales ediciones de nuestro autor.


Comunicaciones / Papers

Carlos Alcalde Martín (Universidad de Málaga)

“Dos Vidas, tres oradores: Demóstenes, Foción y Démades”

En la Vida de Demóstenes y la de Foción, Plutarco trata de la oratoria de los protagonistas al considerarla un instrumento de su actividad política. En consecuencia, no se interesa por sus aspectos literarios sino por cómo es adecuada para la finalidad política del orador y cómo, a través de la coincidencia con su carácter, se puede llegar al conocimiento de éste.

La descripción de la oratoria se realiza con procedimientos semejantes en ambas biografías, como la definición directa o mediante imágenes literarias y el testimonio u opinión de los contemporáneos de los protagonistas y de otros oradores y escritores. De entre todos los oradores del s. IV, Plutarco establece una comparación solo entre Foción y Demóstenes (aunque también compara a ambos con oradores políticos del s. V), y en la Vida de este último se añade la comparación con Démades. La selección de los oradores que se comparan así como los términos empleados en la definición de su oratoria, diferentes en cada biografía, y el resto de los procedimientos, contribuyen a la pintura del carácter de los personajes.

Giovanna Alvoni (Università di Bologna)

“A proposito del discorso di Sisifo (Crizia, fr. 19 Sn.-K.)”

È grazie alla citazione di alcuni versi del fr. 19 Sn.-K. in Plut. Plac. 880 E che siamo in grado di identificare la persona loquens di questo famoso discorso con il personaggio di Sisifo, portato sulla scena - stando alla testimonianza plutarchea ed alla sua fonte - da Euripide. Diversa l’attribuzione del testimone principale del frammento, Sesto Empirico (Adv. math. 9, 54), che ascrive a Crizia i 42 trimetri superstiti. Dopo un excursus sulla vexata quaestio dell’Autorschaft, sarà oggetto di discussione la constitutio textus dei vv. 12s.

Esteban Calderón Dorda (Universidad de Murcia)

“El texto de Arquíloco en Plutarco”

El texto del poeta Arquíloco que nos ha llegado transmitido por la extensa obra de Plutarco ofrece dos vertientes bien diferenciadas. Por una parte, lecturas que en ocasiones mejoran las opciones del resto de la tradición indirecta, y, por otra, lecturas que están claramente niveladas por la corriente aticista, a la que el polígrafo de Queronea no es ajeno. En esta comunicación se analizarán los pasajes transmitidos por Plutarco y se extraerán conclusiones sobre su tipología y nivel de fiabilidad.

F. Javier Campos Daroca (Universidad de Almería)

“Plutarco, Eunapio y el architexto biográfico”

Eunapio de Sardes introduce su obra biográfica con una presentación densa y no poco controvertida del género en el que se inserta, la colección de “Vidas”. Plutarco y sus Vidas ostentan en esa presentación un lugar de excepción y, en efecto, puede señalarse su influencia en la articulación y el diseño de las vidas de intelectuales célebres que Eunapio incluye en su colección, en competencia con otros modelos del género. Sin embargo, el ejemplo plutarqueo es recibido de manera que son revisados algunos de sus principios programáticos, en especial el que define su relación complementaria con la historiografía. En nuestra contribución proponemos la revisión de un paso de las Vidas de filósofos y sofistas en el que el texto de Plutarco se integra en calidad de referente architextual y sirve a la (re)definición del proyecto historiográfico del autor. De este modo esperamos conocer más a fondo un episodio importante de la recepción de las Vidas de Plutarco en la Antigüedad tardía.

Jolanda C. Capriglione (II Università di Napoli)

“La Scuola di Murcia e l’idea di paesaggio in Plutarco”

Gli ultimi decenni del Novecento hanno visto, soprattutto grazie al forte impulso determinato dagli studiosi spagnoli, storici, filologi, letterati, la ‘rinascita’ internazionale di Plutarco, oggetto di analisi attente e polimorfe sia per quanto riguarda le Vitae che i Moralia.

Le indagini sono uscite dal campo, importante certo, della pura filologia e della storiografia per entrare nell’orizzonte della contemporaneità e dei suoi nuovi obiettivi di ricerca.

Plutarco, insomma, è diventato uno strumento di lettura del mondo che ci circonda, a cominciare da temi a lungo trascurati come quelli relativi a natura e paesaggio.

César Chaparro Gómez (Universidad de Extremadura)

“Plutarco de Queronea y Erasmo de Rotterdam: Dos traducciones al castellano del Περὶ δυσωπίας”

La relación entre Plutarco y Erasmo ha de situarse en el contexto general de la visión que el humanista holandés tiene de los clásicos, en el ámbito del nuevo humanismo del siglo XVI. El aprecio de Erasmo por Plutarco se vislumbra en multitud de declaraciones dispersas a lo largo de su obra y de sus prólogos. En algunos casos se pone de relieve el provecho que conlleva para la educación del gobernante; en otros se destaca su utilidad para la formación de las costumbres y en esta faceta es denominado sanctus o también auctor inter Graecos sine controversia doctissimus. En este contexto hay que situar la traducción erasmiana (De vitiosa verecundia) del pequeño tratado plutarqueo Περὶ δυσωπίας, de la que en su momento hicimos una traducción, siguiendo la edición encontrada en la famosa Biblioteca de Barcarrota (ERE, Mérida, 2007). En esta intervención damos noticia de dos traducciones al castellano: una más conocida, la realizada por Diego Gracián de Alderete, y otra, hecha por un autor anónimo, sin prólogo y fechada entre los siglos XVI y XVII, y que se ha transmitido en el manuscrito 8276 (ff. 154-163) de la Biblioteca Nacional de Madrid.

Serena Citro (Università degli Studi di Salerno)

“Alcune note ai Regum et imperatorum apophthegmata

Il lavoro intende soffermarsi su alcuni passi dei Regum et imperatorum apophthegmata, offrendo una esegesi incentrata su un approccio versorio innovativo ed imperniata su uno studio di matrice retorico-stilistica, anche alla luce dei più recenti contributi, che hanno rivisitato, ed in un certo senso modificato, la lettura ed interpretazione di alcune sezioni dell’opuscolo. Nel dettaglio, la relazione verte anche sulla Epistola ad Traianum imperatorem che apre l’opera, allestendo una analisi finalizzata precipuamente a scandagliare i più interessanti stilemi letterari plutarchei e proponendo una lettura di taglio inedito per contribuire sotto una differente prospettiva allo studio di un opuscolo di grande interesse storico e biografico.

José A. Clúa Serena (Universidad de Lleida)

“El nacimiento de Alejandro en Plutarco, Alex. II, 4: intertextualidad y recepción”

En Plutarco (Alex. II, 4) se nos cuenta que la concepción de Alejandro está ligada a un sueño (ὄναρ) de Filipo. Así, éste colocaba un sello con la imagen de un león sobre el vientre de su esposa, Olimpíade, aunque Heródoto (VI, 131) cuenta que también la madre de Pericles soñó que paría un león (cf. Plut. Per. III, 3), mientras Aristófanes hizo parodia de este tipo de visiones (Equ. 1037). Esta visión del sello desconcertó, como afirma E. Calderón (REA, 115, nº 2, p.465), a los μάντεις, a excepción de Aristandro, que interpretó que Olimpíade estaba encinta y que su hijo tendría la naturaleza propia de un león (cf. Plut. Alex. II, 4). Esta anécdota aparece en Tertuliano (De anim. XLVI, 5), aunque se silencia el nombre del adivino. Esta profecía se divulgó a todas luces cuando Alejandro intentaba agrandar su fama y manifestar su origen divino. En este sentido, la presente comunicación, además de repasar la iconografía y las fuentes literarias acerca del león en época helenística y posterior, intentará ahondar en estas cuestiones tratadas en la Vita Alexandri de Plutarco, fuente poco citada y estudiada por autores recientes como P. Veyne en su documentado estudio “Prodiges, divination et peur des dieux chez Plutarque”, publicado en RHR 216, 1999, p. 387-442 (cf. p. 425, n. 154).

Bram Demulder (KU Leuven / Research Foundation – Flanders FWO)

“Moralizing the Cosmic Soul: Plato’s Laws X in Plutarch’s De animae procreatione

Although Plutarch’s De animae procreatione is primarily a partial interpretation of Plato’s Timaeus, the role of the Laws, more specifically of the tenth book of Plato’s last work, cannot be overlooked. From Laws X Plutarch took two propositions which are fundamental to his understanding of the cosmos and the soul: (1) the priority of soul over body, (2) the existence of a maleficent soul. Following an analysis of how Plutarch interpreted these propositions and how justified his interpretations are, the present paper will show how intertextuality with Laws X is essential to Plutarch’s philosophical endeavours. Furthermore, it will be investigated if and how the interpretation of Laws X in De animae procreatione fits in with Plutarch’s other interpretations of the other books of the Laws, thus analysing how the psycho-cosmological level relates to questions of human responsibility, justice and even politics.

José Antonio Fernández Delgado & Francisca Pordomingo (Universidad de Salamanca)

“Nuevos hallazgos papiráceos de Plutarco”

Los papiros de Plutarco, totalmente desconocidos hasta el año 1951, en que tuvo lugar la publicación del primero, han aumentado exponencialmente desde entonces, según han ido dando cuenta sus respectivas publicaciones más dos trabajos de actualización llevados a cabo por G. Indelli en 1995 el uno y por J. A. Fernández Delgado en 2013 el otro. Aunque es tan poco el tiempo transcurrido desde esta publicación, aun habida cuenta de que recoge el material presentado en el IX Congreso de la International Plutarch Society (Ravello 2011), nuevos fragmentos papiráceos más nuevos fragmentos de otro ya publicado han salido a la luz en número proporcionalmente mucho más alto que el de los conocidos anteriormente, invitando así a reflexionar de nuevo sobre su importancia en relación con la temprana difusión del texto de Plutarco, sus ámbitos de recepción y la propia historia de su fijación. La temática del XII Simposio Internacional de la Asociación Española de Plutarquistas creo que puede ser un marco idóneo para ello.

“New papyrological finds of Plutarch”

Plutarch’s papyri, uknown until 1951, when the publication of the first find took place, have been since then exponentially increased, as it has been successively reported by their respective publications and also by two update works carried out the one by G. Indelli in 1995 and the other by J. A. Fernández Delgado in 2013. Although the time passed from this last publication is so short -even though the material there gathered comes from the IX Congress of the International Plutarch Society (Ravello 2011)-, new papyrological fragments and a couple of fragments of other papyrus already known have joined the finds in a number proportionally higher than the former one, so that it invites to reflect again on their importance in relation to the early diffusion of Plutarch’s text, its ambits of reception, and its establishing itself. The thematics of the XII International Symposium of the Spanish Plutarch Association seems to supply a suitable occasion to do that.

Luísa de Nazaré Ferreira (Universidade de Coimbra)

“La representación del poeta Simónides en la obra de Plutarco”

La obra de Plutarco desempeñó un papel clave en la transmisión de los fragmentos de Simónides de Ceos, aspecto que hemos discutido en una comunicación presentada al X Simposio Internacional “Plutarco transmisor” (Universidad de Sevilla, 12-14 noviembre 2009).

En este trabajo vamos a considerar la influencia del autor de Queronea en la construcción biográfica del poeta de Ceos, en particular en lo que respecta los testimonia sobre su carácter, ingenio, talento y arte poético.

Françoise Frazier (Université Paris X Nanterre)

“Pour une approche 'littéraire' des Vies: comment lire le texte biographique”

Genre particulier, « qui n'est pas de l'histoire », la biographie se caractérise, de façon positive, par une écriture propre, à travers laquelle le personnage se construit. S'appuyant sur les études, déjà anciennes, consacrées à la biographie (Leo, Weizsäcker), qui, au début du XXe siècle, essayaient de mettre en lumière des éléments de construction récurrents, sur les suggestions plus récentes de C. Pelling et sur les ultimes tentatives de renouvellement par la narratologie (Verdegem), cette communication se propose de réfléchir à une nouvelle forme de monographie qui prendrait en compte la dimension littéraire des Vies et tirerait toutes les conséquences du statut d'œuvres morales qui leur est désormais reconnu. Cette réflexion sur l'état actuel des études sera complétée par une proposition de lecture de la Vie d'Antoine, qui permettra, par la comparaison avec l'excellente édition commentée de C. Pelling, de donner une première idée de la spécificité de la nouvelle lecture proposée.

Rafael J. Gallé Cejudo (Universidad de Cádiz)

“La recepción plutarquea de la materia poética helenística: algunos ejemplos tomados de los Ἐρωτικὰ Παθήματα”

En su papel enciclopédico y transmisor del pasado literario, cultural, histórico o filosófico el corpus plutarqueo reserva un lugar muy especial a los contenidos literarios que conforman la materia poética de la Época Helenística. Ahora bien, no en todos los casos esa recepción se realiza con el mismo cuidado o siguiendo unos patrones rígidos. En la presente comunicación se analizarán distintas formas de recepción de este material poético y los distintos niveles de tensión intertextual tomando como referencia el opúsculo en prosa de Partenio de Nicea

José García López (Universidad de Murcia)

“Estructura formal y elementos religiosos en las Vidas de Plutarco: Aristides

En el estudio de la estructura formal y la terminología religiosa en la biografía del ateniense Aristides (530 al 466 a. C), vemos cómo Plutarco elige una estructura formal sencilla, en la que resalta un claro tema central, en el que trata la intervención de Aristides en las batallas de Maratón, Salamina y, sobre todo, Platea, precedida de una primera parte en la que resalta su idea de la acción política, basada en su amor por la justicia y su extrema honradez, que le hacen retirarse de los cargos ocupados más pobre de lo que lo era antes. Todo este comportamiento lo lleva a sufrir el exilio, al ostracismo. En la parte final se nos relatan los resultados para Aristides y Atenas de las victorias en las tres guerras mencionadas, terminando la biografía con un pequeño epílogo, en el que se señalan los posibles lugares donde murió Aristides y la suerte de sus hijos y nieto, terminando así, in medias res, esta Vita. Pero, en cada una de estas partes nuestro autor va introduciendo con suma habilidad y naturalidad pequeñas descripciones o meras alusiones al ámbito religioso, principalmente a sacrificios y preguntas al Oráculo de Delfos con la mención nominal de prácticamente todos los dioses olímpicos, menos Apolo y Hefesto, y una serie de términos, que van desde lo divino, la divinidad y los sacerdotes a la descripción de los actos en un sacrificio en Platea, con toda riqueza de detalles.

Anna Ginestí Rosell (KU Eichstätt - Ingolstadt)

“El juego etimológico en el banquete”

Uno de los aspectos centrales de Quaestiones Convivales es la escenificación del saber. Los participantes en las conversaciones de los simposios deben ser capaces de activar un amplio espectro de conocimientos y adaptarlos al contexto discursivo. A partir de un diálogo del libro VII nos proponemos analizar la escenificación de las etimologías en las conversaciones simposiásticas de Plutarco. El diálogo en cuestión empieza con una conversación filológica que nace espontáneamente de la situación inicial descrita por el autor. A partir de esta conversación los participantes en el simposio trasladan el foco de interés hacia cuestiones etimológicas que, en una primera fase, tienen todavía una cierta relación con el contexto de la escenificación, pero posteriormente se alejan de él para llevar a especulaciones etimológicas sin una aplicación directa. Cierra la conversación una aportación brillante de Lamprias en la que se muestran virtuosamente los límites de la etimología especulativa. La etimología aparece por lo tanto como un tema idóneo para el simposio únicamente si se cumplen una serie de premisas metodológicas. Para los participantes en el simposio, el dominio de la etimología y sus premisas es una forma no sólo de demostrar su pertinencia a la élite cultural griega sino también de mostrar una posición de preeminencia dentro de ella.

Pilar Gómez (Universitat de Barcelona)

“Una batalla, dos relatos: Salamina y sus protagonistas entre Heródoto y Plutarco”

Las Historias de Heródoto constituyen un hipotexto fundamental para Plutarco cuando el de Queronea se remite a hechos históricos. El enfrentamiento entre griegos y persas –en la medida en que estos eran en los albores del s. V a. C. los bárbaros por antonomasia– marcó el punto de partida de la oposición que identificaba “lo griego” frente a “lo no griego”, a lo bárbaro. Por ello, las Vidas de griegos ilustres relacionados con las guerras médicas permiten evaluar hasta qué punto los sucesos históricos que enmarcan la vida de esos griegos y, sobre todo, el modo cómo Plutarco los presenta, son o no utilizados para explicar, desde la perspectiva de un autor del s. I-II d. C., una identidad griega, marcadamente ateniense, o lo que de ella subsiste, cuando Grecia forma ya parte del imperio romano.

Esta comunicación se centrará en la decisiva batalla de Salamina y en uno de sus principales protagonistas, Temístocles, con el objetivo de señalar cómo la censura que Plutarco practica con el texto herodoteo en su tratado De Herodoti malignitate queda matizada cuando escribe el βίος del ateniense.

Ramiro González Delgado (Universidad de Extremadura)

“Las citas de Plutarco en Aulo Gelio”

Plutarco es un autor que está bien presente en las Noches áticas de Aulo Gelio. Su nombre ya aparece citado en la primera línea del libro I de la obra (Plutarchus dixerit) y también en uno de los capítulos finales del último libro. En esta comunicación se analizarán dichas citas bajo un triple prisma: su aspecto formal (su fidelidad o desvío), su contenido (el tema de cada una de ellas y las obras de Plutarco que se toman como referencia) y la función que cumplen. Con ello trataremos de establecer tanto la valoración que Aulo Gelio hace de Plutarco y su obra como el papel que juegan los textos del autor de Queronea en la literatura latina del siglo II, en concreto en una obra terminada de escribir sesenta años después de su muerte.

Marta González González (Universidad de Málaga)

Licurgo 27. 3 y Heródoto 9.85.1 y 9. 85.2: textos sobre la religiosidad espartana”

Lycurgus 27, 3: ἐπιγράψαι δὲ τοὔνομα θάψαντας οὐκ ἐξῆν τοῦ νεκροῦ, πλὴν ἀνδρὸς ἐν πολέμῳ καὶ γυναικὸς [τῶν] λεχοῦς ἀποθανόντων. Este texto, que es el que se lee en la edición Teubneriana de Ziegler, está enmendado. La lectura de los manuscritos era la siguiente: ἐπιγράψαι δὲ τοὔνομα θάψαντας οὐκ ἐξῆν τοῦ νεκροῦ, πλὴν ἀνδρὸς ἐν πολέμῳ καὶ γυναικὸς τῶν ἱερῶν ἀποθανόντων.
La lectura de los manuscritos no ofrecía problemas de ningún tipo, aunque la identidad de las hiérai era un enigma. Las publicaciones de los siglos XIX y XX mantuvieron el texto sin modificar, pero Ziegler introdujo la nueva lectura en la edición Teubneriana de 1926, atribuyendo la enmienda a Kurt Latte. Desde entonces, la lectura corregida ha sido ampliamente adoptada, aunque no con unanimidad. Ni la lectura de los manuscritos ni la enmienda presentan problemas gramaticales, pero la enmienda ofrece la ventaja de cubrir nuestras expectativas sobre la sociedad espartana mientras que mantener el texto de los manuscritos y considerar el pasaje, también enmendado, de Heródoto 9.85.1 y 9. 85.2, podría arrojar algo de luz sobre la religiosidad espartana.

Álvaro Ibáñez Chacón (IES Alhama, Granada)

“Los Parallela minora en el Diálogo en laude de las mujeres de Juan de Espinosa (1580). Primera aproximación”

La obra de Plutarco se convirtió en un referente para los humanistas gracias a su riqueza documental y a su carácter moralista. No es de extrañar, por tanto, que a la hora de aducir exempla positivos y negativos sobre las mujeres de la historia y del mito grecorromanos Juan de Espinosa recurriera tanto a las Vitae como a los Moralia y, sobre todo, a los Parallela minora (Mor. 305A-316B) pues, aunque hoy en día se considera una obra pseudepigráfica, ni los copistas bizantinos ni los primeros editores/traductores dudaron de su autenticidad y de su valía como fuente de erudición. En la presente comunicación expondremos el registro completo de las referencias tomadas de los Parallela minora y un primer sondeo acerca de la utilización directa, en traducción o de segunda mano del compendio pseudoplutarqueo por parte de Espinosa.

Delfim F. Leão (Coimbra University)

“Text and context in Plutarch: the use of the term politeuma in the Lives and in the Moralia

In a still unpublished paper (“The meaning of the word politeuma in the light of the deuterocanonical books of the Old and the New Testament”, pp. 4-5, presented at the ‘27th International Congress of Papyrology’ (Warsaw, 29 July – 3 August 2013)”, Patrick Sänger reconsiders the discussion around the interpretation of the term politeuma, arguing that it has three basic meanings: (a) ‘political act’, (b) ‘citizenry’ or ‘active citizenry’, and (c) ‘polity/Gemeinwesen’ and thus ‘state’ (in origin polis) or ‘constitution’. Although the interpretation of the word can be traced at least back to Aristotle, it is generally recognized that its basic meanings can be found as well in Hellenistic and Roman literature, sometimes even used side by side. Taking into account the epoch in which Plutarch wrote his work and the wide chronological period that it covers (especially the Lives), it can be expected that Plutarch might be a very illustrative guide for the use of the term politeuma. The word occurs in fact 75 times throughout his work (with 63 occurrences in the Lives and 12 in the Moralia). In most cases, it is used only one or two times in a biography or in a piece of the Moralia. There are, however, three exceptions to this global pattern: the Lives of Lycurgus and Numa (together with the Comparatio), which concentrate 12 occurrences; those of Agis/Cleomenes and Tiberius/Gaius Gracchus (plus the Comparatio) with 13; finally, from the Moralia, the An seni respublica gerenda sit, with 5 passages. With this proposal, it is intended to discuss the way Plutarch combines text and context, namely the way the concept of politeuma works in the context in which it is used throughout the Lives and the Moralia.

Luisa Lesage Gárriga (Universidades de Málaga y Groningen)

“La contribución del erudito del s. XVI: una revisión de las anotaciones presentes en el De facie in orbe lunae de diferentes ediciones Aldinas”

A lo largo del s. XVI numerosos eruditos leyeron la editio princeps de los Moralia de Plutarco y dejaron en sus ejemplares una serie de anotaciones que corregían, completaban y reinterpretaban el texto de esta edición, conocida como «Aldina». El valor de estas anotaciones ha sido en ocasiones subestimado, si no completamente ignorado, por los siguientes editores de la obra del Queronense. Esta comunicación tiene la intención de analizar y establecer el valor actual de las anotaciones presentes en el De facie in orbe lunae, de cara a una nueva edición crítica del tratado.

Over the sixteenth century several scholars left in their copies of the Moralia’s first edition, known as “Aldine”, a number of annotations that corrected, completed and reinterpreted its text. The value of these annotations has often been underestimated, even neglected, by later editors of Plutarch’s work. This paper aims to analyse and to determine the current value of the annotations concerning the treatise De facie in orbe lunae, in order to establish a new critical edition that will take them into account.

Miryam Librán Moreno (Universidad de Extremadura)

“Las aves en la obra de Plutarco: mito y realidad”

Análisis de la función literaria desempeñada por la avifauna en las obras de Plutarco

“Birds in Plutarch: between myth and reality”

An inquiry into the literary role played by birds in the corpus Plutarcheum

Michele A. Lucchesi (Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, Torino)

“Spartan secondary characters in Plutarch’s Parallel Lives

Plutarch wrote five Lives devoted to Spartan characters: Lycurgus, Lysander, Agesilaus, and Agis and Cleomenes. Yet, in the Parallel Lives, Plutarch’s interest in Sparta and Spartan history is not limited to these biographies, as is proven by the presence of numerous Spartan women and men as secondary (or simply minor) characters in other Lives. In my paper, I would like to concentrate my attention on these secondary figures in order to see whether their main traits are consistent with Plutarch’s description of the Spartan values, habits, traditions, and culture in the Spartan Lives. Furthermore, by analysing Plutarch’s narrative strategies, I intend to explore whether there are recurrent patterns of interaction between the Spartan secondary characters and the protagonists of the Lives. In particular, I will focus on Gylippus, Pausanias, Agis II, and Cleomenes, who are mentioned in several biographies. I will try to show that, in Plutarch’s view, very often the Spartan leading figures’ behaviour contradicts the traditional values of Sparta. In this regard, Plutarch seems to continue a long literary tradition about the complex political dynamics at Sparta, which started with Herodotus and Thucydides. Furthermore, Plutarch tends to present illustrious Spartans, acting outside Sparta or in contrast with the Spartan establishment, as antagonists and negative figures. For, by deviating from the Spartan tradition, they more easily commit moral faults.

Michiel Meeusen (KU Leuven)

“Pagan Garlands and Christian Roses Plutarch’s Quaestiones convivales in Psellus’ De omnifaria doctrina

This contribution deals with the reception of Plutarch’s Quaestiones convivales in the Byzantine era, more precisely by examining how Michael Psellus incorporates a number of its chapters in his encyclopaedic De omnifaria doctrina. Questions that will be addressed include which kind of topics are of interest to the Byzantine ‘Chief of Philosophers’, how he incorporates them in his work, what is their place in the overarching encyclopaedic organization, and how they are meant to contribute to the Orthodox education of the implied reader (the Byzantine emperor).

Judith Mossman (University of Nottingham)

“Riddles, Etymology and the God in On the E at Delphi

This paper looks at the structure of the argument in the short dialogue On the E at Delphi. The dedication of the E provides a puzzle with seven answers, the last of which suggests that the dedication encapsulates the nature of the god and his relationship to his worshippers. Plutarch’s use of Platonic ideas is rich and subtle, but also playful for the educated reader. The dialogue seems also to set up themes which are followed through in the two subsequent Delphic dialogues, and can be read as programmatic for the series.

Israel Muñoz Gallarte (Universidad de Córdoba)

“El motivo del abismo en la luna en Plutarco y la literatura cristiana primitiva”

Uno de los momentos clave que el de Queronea describe, tanto en el proceso de encarnación del ser humano, como en el de trascendencia del alma humana tras la muerte, es el paso por un abismo situado en la luna. A pesar de que el corpus plutarqueo ofrece, además, un buen número de descripciones de este espacio – véase, por ejemplo, De sera 565e-566a; De gen. Socr. 591c; De facie 943d- y de las importantes implicaciones que conlleva su naturaleza para materias como la cosmología, la antropogonía y la ética plutarquea, creemos que todavía no se ha abordado con todo detenimiento el estudio de estos pasajes a la luz de la literatura cristiano-primitiva. Por consiguiente, en la presente comunicación proponemos una revisión del significado de este motivo, su origen y su aparición en NHC, Corpus Hermeticum y los heresiólogos, a fin de observar, a continuación, las distintas versiones de la imagen y establecer, en la medida de lo posible, las causas que motivaron esa diversidad.

Jesús-Mª Nieto Ibáñez (Universidad de León)

“Plutarco cristianizado: testimonio de la naturaleza divina en el humanista Lorenzo de Zamora”

Recepción de varios tratados plutarqueos, en especial los píticos, en la Monarquía mística del cisterciense Lorenzo de Zamora para argumentar y hacer exégesis de la naturaleza divina.

Aurelio Pérez Jiménez (Universidad de Málaga)

“Las regiones fértiles de la tierra: nueva propuesta crítica a Plu., De facie 938D”

Esta comunicación trata de resolver los problemas sintácticos planteados por los dativos de la comparativa ὥσπερ ἄκροις τισὶν ἢ χερρονήσοις ἀνέχουσιν ἐκ βυθοῦ (Plu., De facie 938D), mediante la corrección del dativo plural ἀνέχουσιν que leemos en los códices E y B por el genitivo singular femenino ἀνεχούσης. Por otro lado, y como consecuencia de esa solución, el autor propone prestar más atención al alternativo ἄκραις (en lugar de ἄκροις) que proponen Turnebus y la Basilense, una lectura tal vez procedente de un manuscrito perdido.

This paper trays to resolve the syntactical problem posed by the datives of the comparative phrase ὥσπερ ἄκροις τισὶν ἢ χερρονήσοις ἀνέχουσιν ἐκ βυθοῦ (Plu., De facie 938D), by changing into ἀνεχούσης the plural dativ ἀνέχουσιν we read in the codices E and B. On the other side, and as a consequence of the above solution, the author proposes to pay a greater attention to the alternative ἄκραις (instead of ἄκροις) which Turnebus and the Basilensis offer, may be as a lecture coming from a lost manuscript.

Luis Miguel Pino Campos (Universidad de La Laguna)

“Zubiri y algunas citas de Plutarco”

Varios compañeros de Filosofía de la actual Facultad de Humanidades de la ULL me han expresado la conveniencia de organizar un curso interdisciplinar y monográfico dedicado a Xavier Zubiri (San Sebastián 1898 - Madrid 1983), con el fin de exponer y comentar su obra, lo que ayudaría a recuperar el interés por la obra zubiriana en el ámbito universitario. En años anteriores ha sucedido así con María Zambrano, Julián Marías, Pedro Laín Entralgo y José Ortega y Gasset. Entre los puntos que habríamos de abordar desde la perspectiva de los Estudios Clásicos estaría la recepción de los autores grecolatinos y las interpretaciones y recreaciones léxico-semánticas que encontramos a lo largo de la obra zubiriana. De cara a la realización de ese proyecto, me he ocupado en varios momentos de leer parte de su obra, si bien su extensión y complejidad requiere más tiempo de lo que es habitual con otros autores. Para el actual Simposio de la SEP me ha parecido oportuno ocuparme de Plutarco en la obra del filósofo vasco. En efecto, en una parte de los escritos de Zubiri aparecen, como es natural, citas de los grandes filósofos griegos: presocráticos, Platón y Aristóteles con sus respectivas escuelas, pitagóricos, etc., e igualmente Plutarco. Zubiri no menciona al queronense con frecuencia, como sí lo hizo su maestro Ortega, pero, las veces que lo hace, inserta el texto con precisión y facilita su referencia. Tres pasajes servirán de ejemplo de esta recepción.

Vicente M. Ramón Palerm (Universidad de Zaragoza)

“El término ἄσεμνος en Plutarco”

La presencia del adjetivo ἄσεμνος en Plutarco, que el polígrafo documenta en cuatro pasajes de su obra (Comp. Aem. Tim. 41.10; Cap. ex inimic. ut. 89F; Glor. Ath. 348B; Def. orac. 426E), permite destacar algunas reflexiones sobre un vocablo de etimología (ir)religiosa y comparecencia discreta en el ámbito de la literatura griega.

Nuno Simões Rodrigues (Universidade de Lisboa)

Hetairai e pornai segundo Plutarco”

Esta comunicação pretende analisar a forma como Plutarco descreve e trata as figuras de hetairai e de pornai na sua obra. Personagens como Aspásia ou Tais têm um papel relevante na obra do tratadista, pelo que será pertinente avaliarmos o modo como o autor as descreve, a que tipo de termos recorre para a elas se referir e que género de avaliações faz das mesmas. Seguindo este método, será eventualmente possível termos uma percepção do valor que estes grupos de mulheres teriam para Plutarco e para a sociedade e contexto cultural do seu tempo.

Ignacio Rodríguez Alfageme (Universidad Complutense de Madrid)

“Los compuestos hipocráticos en Plutarco”

El propósito de este trabajo es comparar el uso de los compuestos lexemáticos que emplea Plutarco con los que aparecen en el Corpus Hippocraticum. Se trata de ver, por una parte, cómo perduran este tipo de palabras en el tiempo, y el cambio de uso o significado que puede revelar el texto de Plutarco. Ambos corpora tienen el común un total de 367 compuestos y de ellos sólo un pequeño grupo de 68 aparecen en contextos de índole médica. El examen de estos contextos permite determinar continuidad o el cambio de carácter que ha sufrido cada vocablo, cuáles son las formaciones más productivas y como se asocian en grupos. Por ejemplo, en el estado actual del estudio ya se puede decir que los primeros elementos de compuesto más productivos son los formados con αἱμο-, ἀκρο-, οἰνο-, ὀλιγο-, πολυ-, πυρι-, ὑδρο-, o que hay una generalización del uso en el término βραδύπορος, que se asocia en Plutarco a la teoría de la visión basada en los efluvios y los poros, pero también se usa en contextos de carácter general no médico, o en fin que εὐρυχωρίη es completamente ajeno a la medicina en nuestro autor.

Dámaris Romero González (Universidad de Córdoba)

“Las citas de y a las poetisas en la obra de Plutarco”
Plutarco, en el conjunto de su obra, recurre a las citas de otros autores para ejemplificar o para reafirmar el argumento expresado. Se han escritos artículos dedicados a las citas a un autor concreto (Homero, Esopo, Tucídides, por ejemplo) en Vidas y en Moralia o en una obra concreta. En esta comunicación, se considerarán las citas a las poetisas antiguas por el queronense y la manera de citar, que no sólo se realiza mediante la mención expresa de sus versos sino también por alusiones o referencias a éstas (así, por ejemplo, Mirtide en Quaestiones Graecae 300 d-f). Finalmente, se observará la finalidad que tiene la cita plutarquea de estas autoras dentro del contexto del escrito donde se insertan.

Geert Roskam (Catholic University of Leuven)

“Considering Tit for Tat. The Programmatic Introduction to Non posse suaviter vivi secundum Epicurum

Plutarch’s anti-Epicurean dialogue Non posse suaviter vivi secundum Epicurum contains a great wealth of quotations from previous literature (both prose and poetry), and as such illustrates the intertextual dynamics of Plutarch’s writing very well. From the very first sentence, Plutarch introduces the work of Colotes and thus introduces the reader to a complicated and multi-layered discussion. For Plutarch’s opponent Colotes likewise attacked the entire previous philosophical tradition, and whereas he dealt with this tradition from his own Epicurean point of view, Plutarch in turn deals with Colotes and his masters Epicurus and Metrodorus from a fundamentally Platonic perspective. We thus get a quite complex confrontation of different intellectual traditions.

In this contribution, I prefer to focus on the programmatic introduction of Non posse. In the first two chapters, no less than four different projects are mentioned: resp. those of Colotes (1086CD), Heracleides (1086E), Aristodemus (1987A - a project that recalls that of Plutarch himself as mentioned in Adv. Colot. 1108CD), and Theon (1087B). These four projects reflect different ways to deal with the previous philosophical tradition, and as such contain interesting methodological reflections about the way in which philosophical polemics against one’s predecessors should be carried on.

Alessio Sacco (Università Ca’ Foscari di Venezia)

“Le citazioni letterarie nel De laude ipsius di Plutarco”

Questo contributo ha come oggetto le modalità di impiego e le funzioni delle citazioni letterarie presenti nel De laude ipsius di Plutarco. Nella prima parte sono prese in esame le citazioni poetiche, mentre la seconda è dedicata a quelle tratte da testi in prosa. La funzione paradigmatica e documentaria dei riferimenti intertestuali – frequente nelle opere di Plutarco, spesso in associazione ad exempla di carattere storico-aneddotico – caratterizza pressoché tutte le citazioni, sebbene si evidenzino differenze significative nella valutazione che Plutarco esprime sui testi citati: le prime due citazioni dell’opera (Eur. Fr. 978 K. e Pind. Ol. IX 38-39) propongono exempla di περιαυτολογία positivi, ma gli autori sono accusati di incoerenza e vengono biasimati per un impiego improprio dell’autoelogio realizzato in altre occasioni; quasi la totalità delle citazioni omeriche – tratte perlopiù da discorsi di Achille, Nestore e Odisseo – fornisce modelli positivi con la parziale eccezione delle parole di Epeo (Il. XXIII 670, 673); le citazioni menandree mostrano invece gli effetti negativi dovuti a un utilizzo smodato dell’autoelogio. Le fonti utilizzate sono numerose: quando non cita di prima mano, Plutarco attinge ad altre opere, gnomologia o ὑπομνήματα personali. Tra gli autori di testi in prosa, Demostene è il più citato ed il De corona è ritenuto il migliore modello retorico di autoelogio ἐμμελής e ἀνεπίφθονος, sia sotto l’aspetto retorico sia sotto quello morale.

Literary quotations in Plutarch's De laude ipsius: This paper deals with the features, the functions and the sources of literary quotations in Plutarch’s treatise De laude ipsius: the first part concerns quotations from poets, while the second is about those from prose authors. The documentary and exemplary role of inter-textual references – usual in Plutarch’s works, often in combination with historical and anecdotal episodes – characterizes almost all the quotations, but there are relevant differences in the author’s evaluation of poetic exempla: in the first chapter of the treatise two quotations (Eur. Fr. 978 K.; Pind. Ol. IX 38-39) represent positive exempla of περιαυτολογία but their authors are charged with inconsistency and blamed for an incorrect use of self-praise shown elsewhere in their works; Homeric quotations – for the most part from the speeches of Achilles, Nestor and Odysseus –almost always constitute positive models with the partial exception of Epeius’ speech before the boxing match against Euryalus (Il. XXIII 670, 673); the quotations from Menander illustrate negative effects of excessive use of self-praise. Plutarch’s sources are multiple: first-hand knowledge, derivation from other works, gnomologia and personal ὑπομνήματα. Among the prose authors, Demosthenes is the most quoted and his oration De corona is the best rhetorical model of ἐμμελής and ἀνεπίφθονος self-praise according to Plutarch, both under the rhetorical and the ethical aspect.

Germán Santana Henríquez (Universidad de Las Palmas de Gran Canaria)

“Plutarco en las Crónicas de Indias: un caso de intertextualidad en el libro X de la Monarquía Indiana de Juan de Torquemada”

La Monarquía Indiana constituye una impresionante crónica de crónicas, fruto de la compilación de trabajos ajenos pero también de investigación personal, precedida por la idea de ofrecer una primera y rica visión de la historia indígena y novohispana hasta comienzos del siglo XVII. En su retiro del convento de Tlatelolco concibió el plan de la obra, distribuida en veintiún libros y cada uno de éstos en diverso número de capítulos. El equilibrado desarrollo de su plan es la mejor muestra de la sólida formación humanística de Juan de Torquemada y de su claridad de ideas. Guiado por un sentido de universalidad quiere abarcar en su trabajo cuanto se refiere a la trayectoria cultural e histórica de esta inmensa porción de la América septentrional que, a su juicio, tan acertadamente se llama Nueva España. Quien tantas horas había dedicado a la lectura de las historias sobre pueblos de la gentilidad clásica, tiene por necesario destacar lo que hay de universal en el ser humano. Por eso insiste en comparar las creencias y prácticas de los nativos con las de gente de culturas muy distintas. Como humanista descubre en el hombre prehispánico manifestaciones afines a las de otros pueblos, célebres en la historia como creadores de cultura. Analizaremos el hipertexto de Torquemada en dos fragmentos del libro X de su obra en relación con el texto plutarqueo del cual obtiene la información que utiliza, siguiendo la metáfora de Genette al considerar el texto del humanista franciscano como un valiosísimo mosaico de citas.

Fabio Tanga (Università degli Studi di Salerno)

“Note testuali al De liberis educandis

Il lavoro si prefigge di analizzare a fondo alcuni passi del De liberis educandis a partire dalla tradizione manoscritta, per passare alle edizioni a stampa (Aldina; Frobeniana; Stephanus; Xylander; Francofortana; Reiske; Hutten; Wyttenbach; Dübner; Bernardakis; Tauchnitz; Hercher; Sirinelli; Paton) e ad alcuni postillati cinquecenteschi (Ald. I, 22; Ald. I, 23; Ald. I, 25; Ald. A. I, 43; Rés. J 94) dell’opuscolo. Con il supporto delle traduzioni (Guarino Veronese; Amyot; Xylander; Cruserius; Adriani; Tarcagnota; Fabricius; Rivander; Goodwin; Ricard; Bétolaud; Sirinelli) e delle opere di commento (Sizoo, Larsen) al De liberis educandis approntate in età umanistica e moderna, si intende contribuire allo studio ed alla esegesi del testo di un trattato che ha riscosso una immediata fortuna e che nel corso dei secoli ha impegnato editori, traduttori ed eruditi di tutta Europa.

José B. Torres (Universidad de Navarra)

“De Plutarco a Eusebio: Las Vidas Paralelas de Alejandro y Constantino”

La bibliografía sobre la Vida de Constantino de Eusebio indica que puede existir una relación intertextual entre esa obra y las Vidas Paralelas de Plutarco, en concreto la dedicada a Alejandro Magno. En relación con este texto se ha dicho, por ejemplo, que el obispo de Cesarea puede depender de un pasaje del mismo (Alex. 1,2-3) cuando declara (VC 1,10) que procederá a la manera de un pintor e intentará que su encomio del emperador sea un retrato verbal del mismo. Este trabajo estudia la pertinencia de los posibles paralelos descubiertos entre las dos obras a fin de aclarar si las similitudes detectadas son significativas. Se parte de una consideración global de lo que cabe llamar la ‘biblioteca’ de Eusebio. Al tiempo se concederá atención especial a los posibles motivos de género y época que pudieran haber manejado de manera independiente uno y otro escritor.

Ana Vicente Sánchez (Universidad de Zaragoza)

“Textos epistolares en las Vidas de Plutarco: análisis intertextual”

Identificación y análisis de las conexiones textuales entre las epístolas recogidas en algunas de las Vidas y documentos epistolares independientes conservados en griego que fueron atribuidos a señalados personajes de la Antigüedad.

Paola Volpe (Università di Salerno)

“Gli animali e gli uomini”

Il mondo degli animali è affrontato più volte da Plutarco. Molteplici sono le sue fonti (Pitagora, Aristotele, gli Stoici), ma al tempo stesso il Cheronese è ipotesto di alcuni pensatori successivi. La comunicazione proposta tende, attraverso una lettura comparativa, ad enucleare elementi comuni nei testi plutarchei e di altri autori, ma pure a porre in evidenza il fatto che temi, per così dire, laici nel tempo si piegano ad esigenze religiose e politiche.

Plutarch deals many times with the world of animals. His sources are manifold (Pythagoras, Aristoteles, the Stoics), but at the same time he is hypotext of following thinkers. Through a comparative reading of texts of Plutarch and other authors, the paper aims at singling out common elements, but also at pointing out that laic topics (as it were) yield in time to religious and political demands.

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